venerdì 29 febbraio 2008

Riflessioni sul vivere


Riflessione numero 1 (29/02/2008)
Mi dicono di scrivere; a dire il vero, non so neanche perché, però lo sto facendo, più o meno volentieri, qui ed ora. È strano pensare all’atto e allo sforzo che, in sé, tutta l’articolazione del polso compie per poter scrivere. E le dita? Le falangi, le falangine, le falangette? Mi ritorna in mente quando dissi a qualcuno, e purtroppo non ricordo chi fosse, anzi no, so benissimo chi sia, ma ai fini del racconto non può interessare, che, a mio parere, secondo l’ideologia di evoluzionismo biologico darwiniano derivato da una modifica e da una re-interpretazione delle leggi fissiste, o forse no, di Lamarck, e dall’utilizzo del metodo analogico di Lyell, secondo me, ripeto, i suoi figli sarebbero nati con una estensione dell’indice della mano destra collegato ad un inconsueto e anche ben fornito serbatoio di inchiostro naturale, ecologico, non vegetale né animale, ricco di grassi polifosfati aggiunti, perché così, le dicevo, si rendeva giustizia al suo frenetico ed estensivo atto di scrivere e prendere appunti. È la natura, dicevo. E intanto mi dilettavo nell’immaginare i suoi figli in questo senso, e anche a come sarebbe la vita di noi poveri studenti se anche, che ne so, un Manzoni, o un Leopardi o ancor peggio un Pirandello avessero avuto questo aggeggio, così che ai Promessi Sposi fossero seguiti i Promessi Divorziati, o se, oltre “alla Luna” Leopardi, con le nuove scoperte scientifiche, avesse scritto “a Marte, pianeta rosso”, o se, di nuovo, il nostro Luigi avesse scritto, al posto di “Uno, nessuno e centomila”, il romanzo interessantissimo intitolato “Limite che tende a x di effe di x, logaritmo in base a di b e derivata di funzione composta”. E se Svevo, contento dell’inaspettato successo della Coscienza di Zeno, avesse analizzato ad uno ad uno le coscienze di tutti gli sfaccendati di Trieste? Ci pensate? Se alla Divina Commedia fosse seguita una Divina Tragedia, o un Divino Dramma Borghese, o che so io. Cioè, in pratica, se la gente fosse stata dotata di un dito estensibile sotto forma di penna, dove sarebbe la letteratura? Finirebbe che scriverebbero libri anche persone come me, che non trovano niente di meglio da fare che osservare i movimenti del polso quando scrive. Mah. Eppur si muove. Ma cosa si muove? Forse la mia mente, forse la gente, forse un serpente, forse niente. E perché mi viene lo sfizio di fare una rima, non si sa. Come se potessi pensare di riuscire anche solo a copiare quei poeti dalle forme sinuose, flessuose, graziose. Prendiamo un d’Annunzio, ad esempio : “E piove sui nostri volti / silvani, / piove su le nostre mani / ignude, / sui nostri vestimenti / leggieri, / su i freschi pensieri / che l’anima schiude / novella, / su la favola bella / che ieri / m’illuse, ch’oggi ti illude, / o Ermione. “. Un brivido corre all’udire la musicalità dei versi, il tintinnio dei sesterzi, il mondo dei diversi. E ritorna il pensiero a quel sonetto, “Sognavo” s’intitolava, dov’io, con superba pretesa, priva d’offesa, cercavo d’eludere e anche d’elidere il grande maestro. Lo dissi, lo scrissi, lo vissi. E la ragazza di cui sopra, quella che preannuncia le dita bioniche, mi disse : “Tu sei un pazzo!”. Allora, mi sono sentito importante. Un pazzo! Sapete cosa vuol dire? Primo : mi ha rivolto la parola. Secondo : sono io il soggetto della frase. Terzo : sono anche il complemento. E poi? Cosa si cela dietro a quel “pazzo”? Analizzai la parola lettera per lettera. Che fosse un acronimo? Che volesse dire “Prego allontanati zitto zitto ora” ? Oppure “Perché adesso zuzzu zuzzurellone one” ? A pensarci, credo la seconda, sì sì, era un po’ balbuziente, soprattutto in quel momento agitatissimo e concitatissimo in cui io le rivelai la mia poesia. Confidai ad altri i miei segreti. Qualcuno mi disse : - Guarda che forse “pazzo” è una parola sola. – Il vuoto dentro di me. Pazzo come parola unica! Ma sì! Perché non ci ho pensato! Pazzo come Zeno, pazzo come Vitangelo Moscarda! Pazzo, Pazzo, Pazzo! Sono orgoglioso di me.

martedì 15 gennaio 2008

Illusioni

Pensiamo ad un telefono cellurare sotto carica. Quando è collegato ad un alimentatore, ha un'autonomia che possiamo definire illimitata; quando invece ci si stacca dall'alimentatore, l'autonomia è altresì limitata, e dopo qualche ora tutto è finito e spento. Di nuovo alimentatore, e via per un'altra avventura. Continuando a ricaricarsi, la batteria si consuma sempre più, si cambia, e via di nuovo.

La vita è così; la cambiamo con la stessa frequenza delle batterie, anzi molto più spesso. Senza un valore, un credo, un amore, un qualcosa su cui puntare, un alimentatore insomma, ci scarichiamo e ci spegnamo velocemente. Quando siamo vicini alla fine, basta pensare ad una persona, a qualcosa, basta attaccarci all'alimentatore e ci riprendiamo altrettanto velocemente.

In questo modo, le persone sono facilmente prevedibili e distruggibili. Non potendo, come ai cellulari, toglier loro la batteria, basta rubar loro l'alimentatore, privandoli delle loro certezze, e poi aspettare perchè si spengano da soli.

Il voler vivere un'esistenza al di fuori dei propri confini personali è impossibile, perchè vengono a mancare le certezze che, seppur mancanti anche nella sfera personale, in quest'ultima vengono degnamente rimpiazzate dalle illusioni. Senza rendercene conto, la società moderna, seppur splendida e fornita di ogni necessità immediata, è invece priva di ogni certezza, anche illusoria sia chiaro, e questo contribuisce a spegnerci prima del tempo.

Le soluzioni sono due : o rimanere nella propria illusione, e vivere nell'indifferenza, o invocare perchè arrivino qualcuno o qualcosa che siano in grado di fornire un credo, vero o falso che sia, che sappia fornirci l'alimentazione.

PS : Qualcuno potrebbe obiettare che scrivere di qualcosa va contro la mia teoria dell'inutilità dell'agire; invece io sono perfettamente consapevole che quanto scrivo sia inutile, ma mi illudo di credere che sia invece utile a qualcuno, benchè poi effettivamente il fatto che questo scritto sia utile a qualcuno sia inutile sia per me che per quel qualcuno.