Silvio, rimembri ancora
il senso della legge elettorale,
quando il porcellum splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieto e pensoso, il vialone
del Quirinale salivi?
Sonavan le quiete
stanze, e la sede PD,
alla vostra profonda sintonia,
allor che all'opre elettorali intento,
sedevi, assai contento
di quel radioso avvenir che in mente avevi.
E' il gennaio odoroso: ed invece di andare per saldi
solevì così menare il sabato pomeriggio.
Tu gli studi di Arcore
talor lasciando e Verdini, Pascale e Minetti,
ove il tempo tuo primo
e di te si spendea la peggior parte,
d’in su i veroni del Renziano ostello
(tu) porgea gli orecchi al suon della rottamazione,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa trama.
Mirava il Letta "sereno",
un D'Alema dorato, e Bertinotti,
e quinci il mar da lungi, e quindi Monti.
Lingua mortal non dice
quel che tu sentiva in seno!
Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvio mio!
Quale allor ti apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di Letta, di Grillo, e di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rottami poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i lettiani, gli alfaniani, i grillini tuoi?
Tu pria che Napolitano inaridisse il senno,
da chiuso morbo combattuto e vinto,
ti "trovavi in sintonia", o tenerello. E così Letta non vedeva
il fior degli anni suoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or della Bindi,
or degli sguardi di Fini e Casini;
né teco i Compagni ai dì festivi
ragionavan del Partito.
Anche perìa fra poco
la speranza di Letta dolce: agli anni suoi
anche negaste tu e Matteo
il governo. Ahi come,
come passato sei,
caro Presidente dell’età mia nova,
mia decaduta speme!
Questo è il mondo? questi
gli inciuci, le sintonie, le rottamazioni, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte dell'italiane genti?
All’apparir del vero, tu, Silvio, tornasti: e con la mano
la caduta di governo, e il tuo amico Matteo
mostravi di lontano.