giovedì 26 luglio 2012

Fine di un amore (revival)


È finita. È dolcemente, lentamente, soavemente finita tra noi. Non posso più rimpiangere quel che non c’è mai stato, ma posso solo ricordare quanto, nel bene e nel male, si è verificato.
Ricordo quel giorno di quattro anni fa, quando mi parlarono di te, mi accennarono a te, promettendomi che ti avrei presto conosciuta. E così non fu subito, giacché io, curioso all’inizio, tediato alla fine, non sentii più parlare di te e ti dimenticai. Passarono mesi, tre, quattro, forse cinque lunghi mesi, ed una mattina, luminosa quanto basta, un amico mi fece nuovamente il tuo nome, e improvvisamente capii che ti avrei amata senza neppur conoscerti di persona. Ti ho visto e conosciuto poco più tardi, e tu, timida e tenera allo stesso tempo, non osavi aprirti a me, ti limitavi ad arrossi sire, mi parlavi solamente quando eravamo soli, io e te, al pomeriggio davanti ad una tazza di caffè, o alla sera al suono di buona musica; ma in pubblico no, non parlavi, fingevi di ignorarmi, ma in fondo continuavi a pensare a me, e non volevi dirlo a te stessa.
Ti faceva paura, l’amore. Ti sembrava qualcosa d’irruento, d’inebriante al tempo stesso; ne parlavi con le amiche, ma non con me. Ricordo ogni singolo giorno di quei sette mesi che noi due trascorremmo insieme, quasi ogni pomeriggio, quasi ogni sera, senza che mai io riuscissi a dichiararmi o che tu manifestassi qualcosa più di un’amicizia. Ricordo la sofferenza, la fatica, lo sforzo che i miei amici facevano per aiutarmi, riempiendomi di nozioni sul come e sul perché dell’amore.
Ricordo le lacrime versate a scriverti lettere d’amore mai consegnate, ricordo i miei sogni, c’eravamo noi due che correvamo sul prato, e ridevamo, ridevamo di gusto. Ma era solo un sogno. Tu, con la tua vocina delicata, col tuo viso angelico, ti limitavi a sorridermi. Finché poi, un giorno, al cinema, mi prendesti per mano e mi guardasti: mai vidi uno sguardo così vivo, così pieno di gratitudine, così raggiante e malinconico allo stesso tempo. E lì, non so ancora come, ci ritrovammo abbracciati; non conosco la fine del film, ma sento ancora le tue labbra umide di pianto sulle mie, le tue braccia avvolte nelle mie. Mi misi a piangere anch’io.
Sembravamo, eravamo, una persona sola.
Ma non posso dimenticare i momenti più difficili, quando talvolta litigavamo, quando mi lasciasti solo per due settimane; quante lacrime, quanta passione, quanto inchiostro: ma io sapevo, ti conoscevo troppo bene, sapevo che non mi avresti abbandonato mai, mai, mai. E così fu: pochi giorni dopo, ti trovo al campanello di casa, a suonare a vuoto alla mia porta. Ti sorpresi, ma non ti dissi nulla. Ti ho abbracciato da dietro e tu, senza resistenza, ti lasciavi andare tra le mie braccia, tra le mie labbra.
Poco passò che mi dicesti : “Ora siamo maturi”. Ci siamo fusi in un unico corpo, quella sera e tante altre ancora; Amore stava a guardare, sembravi la mia Psiche. Tanti i momenti, tanti gli attimi trascorsi insieme io in te e tu in me. Momenti di passione, momenti di magia. Sembrava destinato a non finire mai.
Non fu così; al volgere del secondo anno apparivi più triste, più malinconica. E, quella sera, mi dicesti che non ci saresti stata più, che te ne saresti andata; incredulo, muto e silenzioso, ero privo di ogni parola. Ti amavo, ti ho amato, ti amo, soffrendo, piangendo, vivendo. Il mio cuore è straziato, ma non posso più, oggi come quell’ultima sera, tornare indietro. Tanto è stato, tanto è stato. Un addio brusco, crudele ma gentile.
Di questo ti ringrazio, mio grande amore passato.

Paradosso e blocco dello scrittore


Il paradosso di quanto sai di avere il cosiddetto “blocco dello scrittore”, è il fatto di sapere che qualunque cosa tu scriva sarà di qualità infima,  e che non desidererai altro se non cancellarla al primo istante. Invece, oggi, ho il coraggio di dire di NO. Un NO grande e deciso al blocco dello scrittore. Per tale motivo ho addirittura messo i margini stretti al documento, così che per riempire una pagina impiegherò circa il doppio del mio solito: perfetto. Sto cercando in tutti i modi di rendermi la vita difficile, eppure sono riuscito a scrivere queste cinque righe e, perché no, magari riesco a scrivere altre cinque righe parlando del più e del meno, partendo forse dall’ultima cosa che ho scritto, cioè il diario di viaggio della ciclabile lungo il Danubio. Gran vacanza, quella. Mi era pure riuscito un discreto diario di viaggio, forse perché prendevo appunti ogni giorno e osservavo ogni cosa con gli occhi del turista, dell’interessato, del giapponese tutto intento a fare migliaia di fotografie a qualsiasi oggetto si trovi di fronte. Ed ora? Ora sono qui, a scrivere cose senza senso, senza un briciolo di ispirazione che mi dia una benché minima voglia, una benché minima idea: sì, perché io sto cercando l’idea, un’idea che mi ridia l’entusiasmo e la gioia per la parola scritta, ed anche, in senso lato, per la vita. Uffa, sto ricominciando ad essere patetico. Non è che la vita faccia schifo, anzi. È solo che allo stato attuale non riesco a trovare un senso alle giornate : fino a ieri ho dovuto studiare, e per assurdo mi rendo conto che, pur nello stato di inquietudine che caratterizza il periodo esami, la vita scorre programmata dalla prima all’ultima ora, senza spazio alcuno per l’indecisione e per la noia. L’ansia che ti prende se non studi, il senso di colpa che ti assale se pensi di dedicare qualche ora del tuo tempo a un hobby, o ad un’uscita collettiva con i tuoi amici che, essendo mediamente tutti universitari come te, si trovano tutti in un’analoga situazione. E così, l’aperitivo collettivo, da svago piacevole diventa un’accozzaglia di domande sull’andamento universitario, sul numero di esami che mancano, e sulla disperazione che lo studio provoca. Ma, alla fine, ti rendi conto che tutto questo è POSITIVO. Positivo perché ti dà uno scopo; positivo perché quando ti svegli alla mattina, pur nell’idiosincrasia verso i libri, pur nell’odio verso qualsiasi forma di disegno, di formula, di testo scritto, sai che avrai un compagno, il libro, per tutta la giornata. Per contro, senza alcun esame, l’utente medio di vent’anni si ritrova a casa senza fare nulla, il che significa : 1. Ti alzi la mattina ad un orario improponibile come le 7 e mezza, perché così sei stato abituato da un mese a questa parte, solo che per quel mese avevi da studiare, mentre ora sei spaesato. Ti ritrovi, dicevamo, sveglio a quell’orario improponibile, e la prima cosa che pensi è : “me**a, ora che faccio?”. Questa domanda ti ossessiona, mentre ti lavi, mentre ti vesti, mentre fai colazione, mentre desideri addormentarti di nuovo e non svegliarti se non quattro giorni dopo. 2. Sei sveglio, e quindi? Pensi, quindi esisti, direbbe Cartesio. La realtà è che pensi, semplicemente perché non hai niente di meglio da fare: il divano ti vomita stanco del tuo peso, la televisione si rende intrinsecamente inutile per l’ammasso di spazzatura che trasmette, la radio cos’è?, e il cellulare con gli SMS diventa ben presto un modo per scambiarsi commenti banali del tipo Come stai? Ti sei fatto la barba?  ma soprattutto, e sottolineo, soprattutto, l’insopportabile “Che tempo fa?”, il modo più abusato per non interrompere una conversazione, ma per far capire ad entrambe le parti che la conversazione è inutile e che sarebbe meglio interromperla prima che si finisca a parlare dell’ultima puntata del Grande Fratello, o del colore del vomito, due argomenti che si assomigliano parecchio e che sono ampiamente confondibili se non ad un occhio esperto. Oddio. Sono a tre quarti di pagina. Non mi rendo neanche conto di aver scritto tutto questo: ma poi, cosa ho scritto? Non saprei dire nemmeno che cosa ho detto due righe fa. Però non lo considererei un flusso di coscienza. Sì , coscienza vuole la “i”. Dicevo, non mi sembra un flusso di coscienza. Bisognerebbe averla, la coscienza. Ed io non ce l’ho, o, meglio, non credo di averla. Se avessi la coscienza, pensate che mi azzarderei a scrivere questa robaccia inutile, consumando corrente elettrica, tempo, voglia di vivere e spazio sul computer? Figuriamoci. Se avessi la coscienza, mi troverei qualcosa da fare, e non sarei qui a lamentarmi in ogni modo della mia scarna esistenza. Ma non è neanche vero questo: non ho nulla di cui lamentarmi. Solo che mi sento avvolto dalla noia. Ah ma mi ero fermato al punto 2: continuo. 3. Una volta trascorsa la mattina in qualche modo, tra divano, sedia, televisione (spenta), decidi che è ora di mangiare. Per chi ha la fortuna / sfortuna di trovare tutto pronto, anche il mangiare diventa un’attività meccanica. Aprire la bocca, masticare, deglutire, vomitare (ma solo se guardi il Grande Fratello, eh). Una volta finito di mangiare ti ritrovi ancora più spaesato. E’ pomeriggio, l’eterno pomeriggio che ti separa dalla cena e anche da una “splendida” serata in compagnia della musica, degli amici repressi e dei tuoi pensieri. All’improvviso, hai un’idea geniale : apri Facebook. Un altro insieme di spazzatura, ma almeno è selezionata tra quella prodotta dai tuoi amici, per cui ti risulta mediamente interessante. Rovisti un po’ tra la spazzatura, scopri che la persona che odi di più, ma che OVVIAMENTE è tra i tuoi amici di Facebook, è diventata single, ed esulti. Esulti, perché non hai niente di meglio da fare che esultare di cose inutili. Ops, finita la pagina. Addio.

sabato 7 luglio 2012

Bullshit

There are two kinds of person: the ones who spend most of their valuable life with someone else, where by "someone else" I mean friends or partners, and the ones who spend most of their time alone. I'm not interested in which kind person you are (well, actually I am, but it's not the reason I'm writing at the moment), for what you know about me I'm pretty much the second type of person, but, anyway, nevermind.
Actually, I have to say, there is a third kind of person who is neither lonely nor anti-lonely, but these are not the persons I'm referring to. However, I know many, myself included maybe, who belong to the previous kinds.

Regardless the person you are, there is a reason for you to be the one you are: don't you think so? Or are you all so blind in accepting the fact that, if you are always looking for someone, is JUST because you can't stand to be alone? Or, for what matters, those of you (those of us, actually) who claim that being alone is much better than being with someone, whoever the "someone" is, are you really sure that you believe in this just because you are "good" with your inner self?

I don't think so, though. Of course, this is a personal opinion that can be used either to judge my own life, or to be written in toilet papers to make the bathroom time more enjoyable; so, I warn you, treat it as an opinion, as I'm sure you'll do.

May there be a hidden problem behind such a strong believing?

Isn't that you, who can't stand to be alone, are, in fact, afraid of yourself? Aren't you trying to hide your problems behind a bottle of alcohol, or by staying with someone else talking about something else?

And isn't that you, who largely prefer to be lonely, are instead afraid of BEING with someone? Or being judged for what you really are? What do you have to hide?

I'm not accusing anyone, of course; actually, I've forgotten why I'm writing this, and I don't care anymore.

But I know two things:

- loneliness is like a magnifier: if you are "good" with yourself, you're going to have the best time ever. But if you're not that good with yourself, you're going to have a really bad time.
- you've just wasted three minutes reading this bullshit :) I'm sorry!