domenica 19 gennaio 2014

A Silvio { in profonda sintonia }

Silvio, rimembri ancora
il senso della legge elettorale,
quando il porcellum splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieto e pensoso, il vialone
del Quirinale salivi?

Sonavan le quiete
stanze, e la sede PD,
alla vostra profonda sintonia,
allor che all'opre elettorali intento,
sedevi, assai contento
di quel radioso avvenir che in mente avevi.
E' il gennaio odoroso: ed invece di andare per saldi
solevì così menare il sabato pomeriggio.

Tu gli studi di Arcore
talor lasciando e Verdini, Pascale e Minetti,
ove il tempo tuo primo
e di te si spendea la peggior parte,
d’in su i veroni del Renziano ostello
(tu) porgea gli orecchi al suon della rottamazione,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa trama.
Mirava il Letta "sereno",
un D'Alema dorato, e Bertinotti,
e quinci il mar da lungi, e quindi Monti.
Lingua mortal non dice
quel che tu sentiva in seno!

Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvio mio!
Quale allor ti apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di Letta, di Grillo, e di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rottami poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i lettiani, gli alfaniani, i grillini tuoi?

Tu pria che Napolitano inaridisse il senno,
da chiuso morbo combattuto e vinto,
ti "trovavi in sintonia", o tenerello. E così Letta non vedeva
il fior degli anni suoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or della Bindi,
or degli sguardi di Fini e Casini;
né teco i Compagni ai dì festivi
ragionavan del Partito.

Anche perìa fra poco
la speranza di Letta dolce: agli anni suoi
anche negaste tu e Matteo
il governo. Ahi come,
come passato sei,
caro Presidente dell’età mia nova,
mia decaduta speme!
Questo è il mondo? questi
gli inciuci, le sintonie, le rottamazioni, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte dell'italiane genti?
All’apparir del vero, tu, Silvio, tornasti: e con la mano
la caduta di governo, e il tuo amico Matteo
mostravi di lontano.

lunedì 6 gennaio 2014

Lettera a Silvia

Ciao, Silvia.

Ieri ti ho visto, un’altra volta. E, con te, ho rivisto me stesso in tutta la mia fragilità; ho rivisto me stesso in tutti quei (pochi) momenti che abbiamo trascorso insieme; ho rivisto me stesso in tutta la sofferenza che il rivederti mi ha provocato.

Una sofferenza che mi ha preso lo stomaco e ne ha fatto quel che voleva; una sofferenza che rivivo ogni volta come se fosse la prima volta; una sofferenza che amo, e che non cambierei con nulla al mondo.

Io non saprei dire cosa mi provochi; io so solo che quando ti vedo comincio a non capire più nulla, il mio cuore smette di battere ed improvvisamente mi sento messo di fronte a tutti i miei infiniti limiti. Mi sento come svuotato di ogni forma di personalità, e da un momento all’altro mi ritrovo estraneo in un corpo che non è più mio: così, blatero qualche parola priva di senso e mi scuso. Mi scuso di essere così inutile, così insignificante, così indegno di te.

Sono già stato innamorato, ma non così. La mia poca esperienza mi permette di ricordare l’amore come uno stato di eccitazione febbrile, di esaltazione, di “voler bene” all’altra persona più che a se stessi; e tutto questo lo sto vivendo con te. Ma, in più, sto vivendo un senso di inadeguatezza così grande che mi consuma; il solo parlare di te mi fa tremare, il solo pensare a te mi fa impazzire e, come ieri, il solo sapere che ti avrei, inaspettatamente, visto, mi ha fatto perdere l’equilibrio come persona.

Non sei tu il problema, anzi. All’inizio ti immaginavo come una persona di un certo tipo, ma conoscendoti ho scoperto che sei umana anche tu, con le tue insicurezze, le tue paure, con i tuoi sogni, con le tue aspirazioni; e questo mi ha sorpreso: la mia diffidenza derivata da un pregiudizio si è trasformata rapidamente in ammirazione. Io ti ammiro per quello che sei, ti ammiro per l’idea che mi sono fatto di te, ti ammiro per tutto quello che rappresenti per me. Ti ammiro così tanto che non desidererei null’altro che vedere realizzati i tuoi sogni, dato che io ormai, di sogni, non ne ho più.

Al contrario, ironicamente, la stima che nutri verso di me, verso il mio apparente successo come studente, come lavoratore, come scrittore se vogliamo, ignora l’aspetto più importante: il mio insuccesso come persona, come essere umano.

Anche di questo ho paura: parlandoti, ho paura di rovinare tutta la stima che hai di me; ho paura di rovinarla con la mia insicurezza, con il mostrarti quello che realmente sono: un uomo fragile, un uomo che si nasconde dietro le parole perché non ha il coraggio di affrontare la vita per quello che è.

Vorrai perdonarmi, sempre che tu legga tutto questo, se non avrò mai la forza per dirti quello che provo per te, o per la mia idea che ho di te; vorrai perdonarmi se non avrò più la forza di guardarti, di salutarti, di chiederti come stai. Vorrai perdonarmi di essere così… così codardo di fronte a te.

Non credo succederà mai niente tra di noi; certamente, non finché resto qui a scriverti parole che non arriveranno mai a destinazione. Ma il mio affetto per te rimane, e rimarrà, intatto; il tempo cancellerà il sentimento, forse, ma la memoria non dimenticherà mai le notti insonni, le lunghe attese per incontrarti, per sorriderti, per parlarti. Non le dimenticherò mai.


Ciao, Silvia.